Continuo a fare strappi e poi rimettermi a dieta. Mangio e poi smetto. Mi abbuffo di lasagne e tiramisù e poi ritorno al riso integrale con le carote. E così il mio peso non va su, ma non va neanche giù. Sono sempre lì, su quei 63,5 chili, a volte di più, a volte di meno. Ma non riesco mai ad arrivare a quel rosicatissimo e anelatissimo 62,9. Quando ci arriverò so che comincerà la discesa, quella vera. Ma adesso è difficilissimo. Non c’entra solo la mia golosità atavica, quella che mi fa desiderare una coppa di mascarpone più di un viaggio in Thailandia. No. Ora c’è il Natale. Feste di qua e feste di là. Ognuna con la sua dose di dolci, dolcetti e spumanti a gogò. Io non ho un’indole portata al sacrificio e all’autopunizione. No no no. Mi lascio tentare e…alla grande… Quando vedo quelle distese luccicanti di pasticcini che dicono “mangiami mangiami”, io cedo. C’è poco da fare. Sono come una calamita attirata dal ferro. Mi attacco. Mangio. Ingrasso.
Fosse solo male del Natale in sè per sè andrebbe anche bene. Una mangiatona per la vigilia, una per il 25 dicembre e via. Passerebbe quasi inosservato. Ma in realtà sono le cene prenatalizie quelle che ti fregano.
Prima di Natale, tutti gli amici vogliono vederti, per salutarti (neanche si partisse per il Vietnam!) e per farti gli auguri (auguri di che? Boh…). E questi auguri dove si fanno? Forse in un antico monastero buddista al riparto da ogni tentazione? Forse si organizza un’atletica partita a tennis per stare tutti insieme? Forse ci si vede in piazza, sotto all’orologio, tra i cantori delle feste che intonano inni angelici? Mai e poi mai! Gli aguri vanno scambiati solo ed esclusivamente seduti al tavolo di un ristorante, che, per l’occasione, tira fuori tutti i piatti più pesanti, intrisi d’olio e calorici di tutta la stagione. E per finire arrivano i torroni, il panettone, quindici assaggi di dolci della casa e una ventina di ammazzacaffè. Perché fuori c’è freddo. Dobbiamo integrare calorie… Sì, certo. In realtà forse nessuno si è mai accorto che la civiltà è andata avanti. Non siamo più un popolo di viandanti che stanno per ore sopra ad un mulo per andare di città in città, trovando ricovero in spoglie capanne riscaldate solo dal fiato del bue e dell’asinello. Noi ora trascorriamo buona parte del nostro tempo seduti ad una scrivania, a fare il wrestling del pollice e del dito indice per scrivere al computer. I più volenterosi vanno in palestra di quando in quando, ma le persone un po’ più pigrette come me fanno solo lo sforzo di scendere e salire dalla macchina. Il freddo neanche lo sentiamo. Abbiamo il woolrich, la sciarpa, i calzettoni di lana, gli anfibi, i riscaldamenti a palla. Noi, oggi, la dispersione di calorie non sappiamo neanche cosa sia. Tranne quei due o tre avventurosi che si inerpicano sui ghiacciai per provare al mondo che loro ce la possono fare. E infatti qualche volta non ce la fanno.
Ma non c’è niente da fare. La tradizione è tradizione e, a Natale, la tradizione è mangiare. Possibilmente il più possibile. Ci si scaterna fino alla Befana, per entrare in un depressivissimo rigore post-feste dal 6 gennaio in poi. Proprio dopo che la befana ha portato tutti quei buoni torroncini che, immancabilmente, ogni anno restano lì a fare la muffa o, ancor peggio, a rendere ancora più difficile la nostra prova di resistenza.
Anche io quest’anno farò così. Durante le feste mi farò tentare. Magari non troppo. Ma escludo di poter festeggiare la vigilia con un riso bollito e due carote lesse. Ma, dopo le feste, non mi terrà più nessuno. Ho visto un paio di pantaloni che mi starebbero proprio bene. Sì, però se fossi 9 chili in meno. Ma io so che potrò comprarli al più presto. Certo, perché per me, dopo Natale, comincerà il Ramadan.
Nessun miscuglio di religioni. Solo una metafora del mio imminente stile di vita. Tanto più che sono buddista.










